Essendo
consapevoli dell'evoluzione che ha caratterizzato i fenomeni
musicali, possiamo comprendere come la generazione dei nostri
genitori sia stata abituata ad ascoltare musica realizzata
da un gruppo di quattro o cinque elementi - voce, chitarra,
basso, batteria e tastiera - che seguivano delle norme particolari
e che aveva le figure di spicco nel cantante e nel chitarrista
solista, mentre la generazione successiva ha sviluppato una
certa familiarità con la figura e le pratiche del disc
jockey , cioè la persona che dietro la consolle dei
locali mixava tra di loro i brani musicali. Coloro che invece
sono cresciuti negli anni '80 e '90, si sono abituati a vedere
singoli musicisti agire su un insieme di macchine che da sole
eseguivano l'accompagnamento di una intera band.
Alla luce di quanto detto risulta chiaro che sarà difficile
trovare un accordo sia con i nostri genitori che con i nostri
figli su quale musica e quali pratiche di produzione siano
da considerarsi tradizionali. Ma d'altronde un discorso analogo
si può fare nei confronti dell'evoluzione di qualsiasi
altro linguaggio espressivo.
Una
delle soluzioni possibili per mettere d'accordo le diverse
interpretazioni che si possono dare al termine "tradizionale"
è cercare di riconoscere cosa negli strumenti musicali
dei nostri giorni e nelle pratiche riguardanti il loro uso
derivi direttamente da quelli del passato.
Se oggi gettiamo uno sguardo all'interno di uno studio di
produzione musicale, notiamo sempre più spesso la mancanza
di strumenti analogici - batterie acustiche, chitarre, bassi
e strumenti a fiato - contemporaneamente alla presenza di
una grande quantità di macchine digitali, cioè
di quegli strumenti che - come i campionatori, gli elaboratori
elettronici, i sintetizzatori - vengono comunemente definiti
elettronici.
Un'altra
cosa che stupisce all'interno di questi ambienti di produzione
è la netta diminuzione dell'elemento umano, ridotto
alla figura del musicista-tecnico che da solo è in
grado di far funzionare tutti gli strumenti analogici e digitali
presenti.
Le caratteristiche di un nuovo ambiente di produzione così
attrezzato ci pongono in una condizione di smarrimento poiché
nelle nostra tradizione culturale non troviamo delle risposte
capaci di spiegarci il funzionamento e gli usi possibili di
questi nuovi artefatti: se infatti osservando una sala attrezzata
con gli strumenti analogici sopra citati siamo in grado di
prevedere grosso modo come essi saranno usati, non così
si può dire osservando ad esempio un campionatore.
Quello
che vogliamo suggerire in questa ricerca è la necessità
che noi oggi abbiamo di inserire gli strumenti musicali digitali
all'interno della nostra tradizione culturale o, come preferiamo
chiamare, la nostra struttura simbolica, cioè l'insieme
di norme e di principi di cui siamo a conoscenza ed in base
ai quali interpretiamo la realtà percepita tramite
i sensi.
Inserendo nella nostra struttura simbolica gli usi, le funzioni,
le componenti e le caratteristiche degli artefatti digitali,
saremo in grado di dare senso ai nuovi ambienti di produzione
che da tali strumenti sono ormai principalmente costituiti.
Nella nostra analisi adotteremo il modello teorico elaborato
da Mantovani [Mantovani 1995b] e lo applicheremo allo studio
della produzione musicale in modo da chiarire alcuni aspetti
della cultura basata sul digitale nella quale viviamo.
La produzione musicale infatti è una attività
espressiva simile a molte altre, tutte caratterizzate dall'introduzione
degli artefatti digitali: conoscere le nuove pratiche che
si diffondono all'interno di essa può essere una chiave
valida da applicare anche ad altri oggetti di ricerca.